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“Ne vale la pena?”

Una mostra vale la pena vederla, sempre. Chissà se ci sarà qualcuno, tra i partecipanti, che storcerà il naso davanti a un nudo integrale non segnalato o a qualche pelo pubico.

Toscani è un fotografo nazional popolare che si prende gioco del popolo. Toscani è irriverente. Toscani analizza la miseria umana e te la sbatte in copertina, imbellettandola talmente bene, da fartela piacere. Toscani se ne frega del consenso di tutti e quasi tutti lo amano. Ricordo, quando le femministe e non sollevarono un polverone sul calendario del 2011, “Vera Pelle italiana conciata al vegetale”. Io, nel mezzo, ricordo di aver riso molto. Mi piace il modo in cui Toscani unisca tutti, ad esempio le femministe che avrebbero dato della mignotta alla Carfagna, concordarono con lei, nel trovare l’opera ingiuriosa e maschilista. La versione maschile del calendario 2012, con il pene, passò in sordina, il pene sbattuto in prima pagina, come un uovo sodo, non è abbastanza sessista (quanto sto ridendo!). Diventiamo tutti parte della sua arte. Ci baciamo tra di noi, come una suora con un prete.

Che razza strana siamo noi, uomini!

 

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Vorrei fallire bene come Toscani

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© Francesco Bertola

Francesco Bertola è un fotografo milanese, classe 1982. Non vi parlerò del suo percorso nel mondo della moda, delle sue collaborazioni con riviste come Vogue, piuttosto della mirabile e vibrante bellezza dei suoi scatti di nudo. Questo artista riesce a catturare la luce e ad equilibrarla perfettamente con le ombre. Prima di approfondire i suoi lavori, spulciando un po’ sul suo sito, l’aggettivo che ritenevo vi si accostasse perfettamente era “Caravaggeschi” e ora che ho letto la prefazione alla sezione “Intima”, ne ho la conferma. Alcuni dei corpi ritratti da Bertola sono oscillanti e questo mi ha ricordato molto un fotografo francese che adoro, Antonie D’Agata. Diversamente da quest’ultimo, Bertola non raffigura soggetti frementi, non c’è nulla di carnale o bestiale nei suoi lavori. Le modelle raccontate nella sua fotografia, mostrano il lato più intenso della loro fisicità. L’intimità, quando si parla di arte, ha assunto un carattere dispregiativo, non si tratta più di qualcosa di nascosto e che come tale può essere svelato, ma di qualcosa da nascondere. Mi chiedo quando siamo arrivati a questo punto, qual è stato il momento in cui siamo passati da essere la culla della cultura a un popolo che si culla e si imbruttisce nell’ignoranza.

 

bellezza, cultura, riflessioni

I corpi caravaggeschi di Francesco Bertola

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interviste, sessualità

La mia Non intera bellezza sono le briglie che mi tengono a freno.(Intervista a Fabrizia Milia)

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© Fabrizia Milia

Quando si parla di autoritratti, due sono le fotografe “moderne” che hanno catturato la mia attenzione, perché i loro lavori sembrano immersi in un tempo diverso da quello attuale. Fabrizia mi ha colpita per la sua capacità di eternare la sensualità in modo naturale, nessuna bellezza forzata, piuttoso la rappresentazione di un ninfale incanto. Tra pizzo, nastri di seta e tulle, cominciate il vostro viaggio nelle stanze di Fabrizia Milia, ma prima di lasciarvi alla nostra chiacchierata, vorrei che leggeste qualcosa di lei, che ho pescato per caso sul suo blog.

SE

So che se fossi stata bella,
interamente bella,
avrei fatto la puttana
avrei senz’altro amato l’essere amata
voluta
cercata
gridata
desiderata.
Lo so per certo
perché là, dove mi sono inventata,
mi sono vista aprire le gambe e far finta di niente
senza sentire il cuore guidarmi
né dopo pulsare
il mio problema è che non so giudicare
nemmeno me stessa.
(di ogni colpa ne faccio legittima conseguenza di una vita che ti porta persino dove non vuoi)
so che se fossi stata bella
interamente bella
avrei avuto meno cuore di ora
io che non so nemmeno dire grazie
che mi si blocca in gola
poi sì, lo dico
ma sempre con molta fatica
quasi lo sputo
quasi con schifo
quasi ringrazio di non essere bella
interamente bella
perché se lo fossi stata: nata o per magia diventata
avrei avuto meno bellezza di quanta ne ho ora.

La mia Non intera bellezza
sono le briglie
che mi tengono a freno.

1) Apro le mie interviste con una domanda alla Marzullo, ovvero: se dovessi descrivere un tuo scatto con tre aggettivi quali sceglieresti e perché.

  • Timido – autentico – intimo credo che questi tre aggettivi rappresentino un po’ tutti i miei scatti. Le donne che io stessa rappresento sono rinchiuse nella loro intimità scatto sempre con timidezza ed in maniera autentica, intendo, senza costruirci troppo attorno.

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© Fabrizia Milia

2) Siete in due, tu e Laura Makabresku, a contendervi il mio cuore, quando si tratta di autoscatti. Come mai hai scelto di essere parte attiva e passiva di uno?

  • Credo sia un’esigenza (o una necessità), quella di raccontare mettendoci tutto – ma proprio tutto – di sé.

3) La bellezza di un tuo lavoro sta nel sinallagma tra la fotografia e le parole. C’è mai stato un momento in cui hai pensato che una fotografia non avesse bisogno di parole e viceversa?

  • In realtà è molto raro che io accompagni le fotografie con un testo o che le titoli. Era mia consuetudine farlo nelle prime condivisioni sul web. Ma mi veniva sempre detto, spesso, che testo o titolo non si sposavano con lo scatto ed ogni volta dovevo provare a spiegare che erano soltanto due modi di sentire differenti che mi piaceva affiancare. Ho decisamente perso interesse nel farlo, ora se fotografo non scrivo e se scrivo non fotografo. Sono due cose che non riesco più ad associare. Anche se poi, un testo accompagnato da una bella immagine attira sempre di più l’attenzione.

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© Fabrizia Milia

4) A proposito di parole e di immagini. Quale libro porti nel cuore e quale fotografo?

  • Il libro che realmente porto nel cuore è Storia di una capinera di Verga, che non considero il mio libro preferito, ma semplicemente un libro che mi è rimasto dentro, lo lessi a dodici anni e lo lessi tante volte ancora poco più tardi. Fotografo nel cuore è difficile, ho amato Francesca Woodman per il suo lavoro di autoscatto del quale posso comprendere anche le fatiche ed ovviamente per i risultati ma anche le fotografie di Vivian Maier le ammiro immensamente e David Hamilton… ok ok mi fermo.

5) Tendo a stigmatizzare chi abusa del citazionismo, ma c’è una frase di un celebre film di Truffaut che mi piacerebbe sottoporre a te (che “non vorresti essere felice sempre, ma solo ogni tanto”), per un’analisi: “ La felicità si racconta male, perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge.”

  • La felicità si racconta male? Non lo so, la felicità è raro che la si racconti. Raccontare è spesso un modo di “togliere da dentro di noi” e la felicità la vorremmo invece trattenere il più a lungo possibile.

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© Fabrizia Milia

6) Accantonando l’etimologia, cos’è per te la sensualità?

  • Ecco, forse questo con una fotografia saprei spiegarlo meglio. Personalmente ritrovo spesso la sensualità nei movimenti, nei modi, nei toni, nelle pose. Nello schiudersi di labbra, nello sbattere di ciglia, in un pensiero detto bene, magari sottovoce. Raccogliere i capelli senza accorgersi di star offrendo il collo al vento. Definirla non è semplice.

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© Fabrizia Milia
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cultura, riflessioni

La parola del giorno è “CONTESTO”.

Oggi ho deciso di parlarvi di fotografia erotica asiatica, ne avevate bisogno? Probabilmente, no, però mi dispiaceva che in molti conoscessero solo Ren Hang o Araki Nobuyoshi o Daido Moriyama. E’ frustrante, ve lo dico onestamente, leggere sempre gli stessi nomi e sentirne parlare solo per moda. C’era tanto dietro lo scatto crudelmente carnale di Ren Hang, c’era il coraggio di far arte senza pseudonimi, in un Paese come la Cina, in cui, nonostante siano in tanti a prostituirsi, la nudità come libertà di espressione, viene perseguitata, censurata e chiusa a chiave in un carcere. Abbiamo perso un rivoluzionario, non solo un grande talento. Araki Nobuyoshi andrebbe contestualizzato, perché immortalare il sesso in modo così esplicito negli anni ’70, in Giappone, non era poi così facile. Oltre l’estetica c’è di più. La fotografia erotica asiatica ha un contenuto, un messaggio che rompeva e rompe gli schemi socio-culturali in cui nasce e si evolve. Eccovi quindi un elenco di artisti che mi piacerebbe conosceste, perché la fotografia non è solo trend.

CINA

  • Lin ZhiPeng, classe 1979, conosciuto con il nome di N. 223, di cui consiglio il progetto “My Private Broadway”, una raccolta di tre volumi che raccolgono scatti di vita quotidiana, tra sesso, strade e feste.

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©Lin ZhiPeng
  • Yijun Liao aka Pixy Liao, il cui progetto fotografico “Experimental Relationship”, di cui è complice il suo compagno Moro, è un mix di ironia e concettualità.

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©Pixy Liao

GIAPPONE

  • Kishin Shinoyama, classe 1940, nei cui scatti si fondono paesaggi rotondi come i corpi dei soggetti da lui immortalati, in un continuum superbo di chiaro scuri che diventano scultorei.

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©Kishin Shinoyama
  • Yamamoto Masao, classe 1957, è uno dei miei fotografi giapponesi preferiti. C’è qualcosa di onirico nei sui lavori, che sembrano sospesi in un mondo a parte. A prescindere dall’armonica sensualità di alcuni suoi nudi, Yamamoto Masao è il fotografo dell’immaginifico nascosto dietro i dettagli.

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©Yamamoto Masao
  • Yuriko Takagi, è una fotografa giapponese che mi ha conquistata con un progetto stupendo, Confused Gravitation, in cui i corpi di donne e uomini si avvinghiano a tal punto da creare nuova materia.

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©Yuriko Takagi
  • Haruhiko Kawaguchi aka Photographer Hal, è arrivato al pubblico “occidentale” grazie ad un articolo di Vice dedicato al suo “Flesh Love”, per fortuna o per sfortuna, lo sapremo solo vivendo. Quattro secondi per scattare, prima di soffocare. Amore omosessuale o eterosessuale, poco importa, l’amore può essere claustrofobico, anche se in questo caso, claustrofobico è un eufemismo.

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©Haruhiko Kawaguchi
  • Yoshikazu Aizawa, su cui vorrei soffermarmi un po’ di più. Il Giappone è il Paese del contrasto. Il sesso è cibernetico, altamente fruibile e veloce, è lo specchio di una società, in cui è possibile acquistare slip usati dai distributori, avere rapporti con un robot o intrattenersi in un Love Hotel. Proprio a questi si è ispirato il regista Hiroki Ryuichi per il suo Sayonara kabukichô. Si tratta allo stesso tempo di una società annichilita e sempre di corsa, in cui i rapporti umani, a prescindere dalla sessualità, vengono dimenticati. Perché dovreste apprezzare i suoi lavori? Perché riporta in auge il buon vecchio voyerismo, discostandosi dagli schemi socio-culturali del suo Paese.

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©Yoshikazu Aizawa

COREA DEL SUD

  • Atta Kim, classe 1956, nel suo Museum Project rende l’essere umano contenibile in un contenitore, sostanza inanimata e forma d’ arte a sé stante. Punta all’esistenzialismo piuttosto che all’estetica, ma il risultato è di una bellezza senza paragoni.

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©Atta Kim

TAIWAN

  • Lin Yung Cheng aka 3cm ha dalla sua parte la capacità di rendere sensuale elementi di disturbo. Ed ecco clavicole scarne rette da nastri rossi che sembrano cucire lemi di pelle o puntine che definiscono i segni, lasciati da un reggiseno.

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©Lin Yung Cheng

Questi sono solo alcuni dei nomi che vorrei teneste a mente o a cuore, perché è sempre bello ampliare i propri orizzonti e non vivere di solo passato. Ogni giorno il web mi travolge e sconvolge, ma la fortuna è che tra tutta la negatività e la qualità scadente o inflazionata, riesca ancora a captare delle piccole meraviglie.

 

 

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interviste

“Come la tristezza di ancorarsi al proprio buco nero”(intervista a Rachele Montoro)

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© Rachele Montoro 

Non scelgo mai un’ artista per caso. Quello che vorrei trasparisse dalla chiacchierata  con Rachele, è la ricerca di un’ identità propria, cosa non da poco, specialmente considerando che nel mondo dell’arte, attualmente, molti non sono altro che il sotto-prodotto di qualcun altro. La cosa peggiore è che, a volte, quello che volgarmente potremmo definire il “tarocco”, riscuote maggior successo, ottiene maggiore credibilità. Basta cianciare! Con questa intervista mi piacerebbe parlarvi di una ragazza di cui un giorno, non molto lontano, sentirete parlare. Lasciatevi accattivare dai suoi scatti, in cui predomina il rosso, la tensione erotica, ispirazioni orientali alla Ren Hang e Haruhiko Kawaguchi e infine quella buona dose di sensuale malinconia, priva di stucchevolezza e se la vostra indole tende al claustrale, beh, potete scegliere di guardare altrove.

1)Rachele, pongo a tutti gli artisti la stessa domanda, per aprire l’intervista ovvero scegliere tre aggettivi per descrivere la propria fotografia, motivandoli.

  •  Catartica, affido alla fotografia, i miei pesi, affrontandoli. Semplice, sono in questa lunga fase di cambiamento verso la semplicità e al momento mi riesce molto nella fotografia. Rossa, non so ancora per quanto.

2)Quello che salta all’occhio, osservando i tuoi lavori, è la prevalenza del rosso, non è casuale, immagino.

  • Rossa fu la sediolina che mamma mi regalò da piccola, potevo portarla con me e sedermi ovunque volessi, mi sembrò un piccolo gesto di indipendenza. Rosso fu il colore del pomodoro che non ho mai mangiato da piccola, avevo difficoltà con i cibi di colore scuro. Rosso sono ancora le labbra di un amore che mi ha cambiato. Il rosso oggi, è consapevolezza, è il moto di rifarsi la pelle nonostante il dolore. Rossi sono gli occhi dopo aver pianto o dopo una bella canna.

3)Un tuo scatto è stato oggetto di un collage di Naro Pinosa, com’è nata la vostra collaborazione?

  • E’ capitato all’improvviso, mi sono ritrovata taggata in un paio di suoi collage, e da lì ci siamo scambiate battute di apprezzamenti sui nostri lavori, ritrovandoci molto, sulla questione della nudità sui social.

4)Censuri alcuni tuoi lavori per prevenire le segnalazioni dei social. “L’arte non è un crimine”, se potessi confrontarti faccia a faccia con qualcuno che non apprezza le tue foto, cosa gli diresti?

  • Bella domanda! Lo accompagnerei alla Feltrinelli, facendogli consultare manuali di storia dell’arte e della fotografia. Penso che farei solo questo gesto, a volte le parole possono non essere abbastanza.

5)Appropriarsi delle opere altrui è semplice, quasi quanto trovare gente del settore che ricorra ad escamotage, per sottrarle. Com’è la vita da artista in quest’era digitale?

  • E’ una vita di compromessi, c’è chi firma le opere sperando che non siano rubate, ma la verità è che se non hai uno stile definito, purtroppo nessuno potrà difenderti. Mi è capitato spesso di taggare artisti in foto prive di tag, ma ci sono riuscita, perché il loro stile mi era chiaro. Esclusa la questione social però, credo si debba tornare alle mostre, scambiare parole con uno sconosciuto circa un proprio scatto, credo sia lo scambio più forte che conosca.

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6)Ci sono alcuni tuoi scatti che mi ricordano tanto Lin Yung Cheng. Ci sono fotografi che ti hanno influenzato o a cui aspiri?

  • Ho scoperto di Lin, quando una pagina su instagram mi ha taggato in un suo scatto con i fili rossi. Dopo un messaggio inviato in privato dicendo che non fossi io l’autrice, mi sono messa alla sua ricerca e mi è piaciuto un sacco! In generale, adoro essere influenzata dalla fotografia orientale, la trovo spesso più diretta e onirica di quella occidentale ed in questi due concetti mi ritrovo molto. Una mia grande ispirazione è stata ed è Ren Hang.

7)Sei molto giovane, quando e come ti sei avvicinata all’obiettivo?

  • Un giorno mia nonna, mi regalò un chupa chups che aveva come gadget una piccola camera giocattolo grigia, la tenni con me per tutto il tragitto di casa fingendo di scattare fotografie. Divenne un rito, non potevo uscire di casa senza. Così per anni. L’ho ritrovata un paio d’anni fa per caso, sorridendone. Ho cominciato poi a scattare davvero dai miei 19 anni, con alti e bassi e cercando sempre di più un’identità.

8)C’è una fotografia che porti nel cuore e perché?

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  • Si, una fotografia che i social hanno eliminato più volte, la allego qui. Una foto uscita per caso, in un mio profondo momento di dolore emotivo,circa due anni fa. Oggi, ogni volta che la guardo, mi ricordo di quanto sono cambiata come persone e sono fiera di me.

9)Quali sono i tuoi progetti lavorativi per il futuro? Mostre o collaborazioni in cantiere?

  • Al momento ho intenzione di mettere insieme le mie frasi e le mie parole e farne una mostra, non so ancora dove e quante, mi sono trasferita da poco a Napoli e questa città mi sta inghiottendo. Mi piacerebbe fare una pubblicazione, sto mettendo tutto insieme da un po’.
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cultura, disegni, interviste

Draw the beauty (interview to Gabriele Pennacchioli)

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It’s been a while since I’ve missed here, so I’m glad to be back again with a new post. Try to figure my face, when one of my favourite illustrator and animator says yes to my interview. It’s big pleasure for me to ask something about the adorable panda Po or about his sensual and strong woman.

1) If you look back, to the guy who moved his first steps in the comic world, what did you feel you have lost and what do you feel achieved?
– Getting into the world of animation has allowed me to learn a lot from a technical and human level. It’s not always easy to work in a big team. You make mistakes and you learn from them. Following my passion for animation took me away from Italy. There were sacrifices. But looking back I think I’ve made the right decisions. Now I started directing animation films, a new career that I can’t predict where it will take me but that I feel ready to undertake.
2) I smiled a lot, bitterly, in reading some of the comments on your latest illustrations. How did you react to those who defined “unhealthy” the women you designed?
– I am a little bit scared about all this aversion, almost hate for curvy women. I recently posted on Instagram a picture of a couple who separated. The man has a “normal” body and the woman is curvy. The post itself got many likes but the comments quickly degenerated. I can not stand intolerance and at some point I started to erase them and unfortunately I had to erase many.

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3) In one of my favorite Stephen King’s book one character, Ben Mears, thinks that any social media comments about art is idiotic. Don’t you think that we should just go with a “like” or “don’t like” type of approach without explaining the reasons?
– I agree. But sometimes I like to read the comments. I got messages from curvy women that thanked me because my drawings helped them to feel better with themselves. I’m proud of this. Knowing that what I do has a meaning for some people is a wonderful feeling.
4) The female figure has priority in your work. How is a Pennacchioli woman created?
I love the human figure. I love to observe it, I love studying it. I’m also an anatomy enthusiastic. I have taught Human Anatomy at Dreamworks for several years. Regarding my creative process. Sometimes I have a definite situation in mind, I explore it with sketches and then step on the computer. Sometimes, however, I start from a pose that intrigues me and later on I build a situation around it.

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5) There is nude, so it seems like I want to moralize, rather I wonder how you are fighting the censorship of social networks.
Social network censorship is a limitation. But the advantage of limitations is that it stretches your imagination. Sometimes I find solutions that, thanks to these limitations, add elements that make the illustrations more interesting either from the point of view of the meaning and from the aesthetic.
6) There are couples, beautiful couples, close and distant at the same time. What did you think while drawing them?
My drawings are not autobiographical but are inspired somehow from my experiences. There are certain feelings, emotions and sensations that intrigue me. And I feel the need to illustrate them.

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7) Animation is part of your artistic journey. What do you feel when you see your own creations on the screen?
It’s a fantastic feeling. There is a lot of work behind the creation of an animated character and many people need to be credited for the final result. As an animator my task is to give life to the characters. Sometimes the characters are set by other artists and sometimes I have the chance to develop the characters. It is a team effort lead by the Director and his vision for the film.
8) You’re the one behind the animation of Po, the character so loved by adults and children, kung fu aside. Did it turn out as you hoped?
My experience on Kung Fu Panda was one of the best I’ve ever had at Dreamworks. I right away loved the story and its characters. My contribution, as an animator, was mainly on Po. During the animation development stage I gave some manierism to the character that then remained in the movie. I love Po, I think it is one of the most successful animation characters.
9) What would you like to illustrate or animate in the future?
Women and couples are what intrigue me at the moment. I feel that there is a lot to be developed with these themes and my wish is to continue with them so that people can feel involved and maybe feel some emotions too.

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interviste

“La luce c’è, va trovata e gestita”(Intervista a Andrea Tomas Prato)

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© Andrea Tomas Prato

In questa domenica di sole mi sono sentita ispirata e sono riuscita, finalmente, a buttar giù qualche domanda per Andrea Tomas Prato. Uno dei motivi per cui mi sono appassionata alla sua fotografia, è stata la sua capacità di utilizzare la luce, creando quei chiaro-scuri che ormai sono diventati digitali, estremamente artefatti.

“Che importanza ha la luce, punto, non aggiungo altro. Non ci sarebbero colori, sfumature e le foto sarebbero tutte nere. Per fortuna la luce c’è e va trovata e gestita.”(Andrea Tomas Prato)

1) Se dovessi descrivere un tuo scatto con tre aggettivi quali sceglieresti e perché.

  • Mi metti un po’ in difficoltà con questa domanda. E’ come se tu mi chiedessi di indicarti tre miei pregi e credo non spetti a me elencarli, per altro tre pregi sarebbero troppi. Una mia foto la definirei comunque sempre personale, contestualizzata ed istintiva.

2) In un’ intervista a CorriereAl del 2014 parli della fotografia come un “non lavoro”, ovvero una passione con cui occupi tuo tempo libero. È ancora così?

  • La fotografia è e resterà viva nel mio tempo libero. Io di fatto, per lavoro, fotografo, ma scatto foto fredde, necessarie e crude. Nel tempo mi sono per altro reso conto che non sono fatto per soddisfare l’esigenza di un cliente,  sarebbe solo una violenza che mi imporrei.

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3) Cosa attira la tua attenzione. Cosa ti porta a scegliere un determinato paesaggio o una determinata modella?

  • Quando feci il corso di fotografia, insisterono molto sul discorso di “deanestetizzare” lo sguardo. Ogni cosa che nel quotidiano vediamo, merita attenzione e può essere guardata con occhio personale. È quello che mi sono sforzato di fare e che ora mi viene, credo, naturale. In merito alla scelta delle modelle, lascio spesso al caso, all’occasione di un incontro, anche se virtuale. Scelgo o mi lascio scegliere se percepisco, sbagliandomi a volte, che la persona, apprezzi realmente ciò che faccio e non stia invece collezionando fotografi. Il paesaggio invece riguarda quasi esclusivamente la mia terra e la mia necessità di respirarla.

4) In alcuni tuoi scatti ha far da protagonista è l’essenzialità. Come riesci a rendere il basico carico di romanticismo, come riesci a cogliere “l’amore in un clima freddo”(tanto per citare Nancy Mitford)?

  • Quando scrivo di essenzialità parlo di cercare una foto nella foto. Scatto volutamente in maniera più ampia, sapendo che, rivedendola, andrò a togliere, ad escludere, per trovare ciò che visivamente mi darà un senso di piacevole appagamento. In merito ai riferimenti  letterari sorvolo perché sono abbastanza ignorante e i discorsi filosofici mi annoiano.

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5) Il critico e fotografo Enrico Prada occupa un posto speciale nel tuo bagaglio culturale e formativo. Chi aggiungeresti?

  • Prada ha sicuramente acceso un interruttore. Ghirri è stato in assoluto il fotografo che mi ha portato a capire l’importanza dell’inquadratura, dell’unico modo di vedere che contraddistingue ognuno di noi. Un amico tortonese come me  che vive a Londra, Marco Ferrari, alias “pplinphotobooth” ( profilo Instagram), mi ha introdotto al fascino della fotografia analogica.  Un ruolo importante credo l’abbia avuto il  cinema, la musica, i miei animali, le mie esperienze e le mie lacune. Aggiungo poi che la fotografia, almeno nel mio caso, sia dettata dal gusto che ognuno di noi ha e credo debba  ascoltare. Se mi consenti, vorrei dare un consiglio a chi si affaccia alla fotografia, ed è quello di  dare ascolto al proprio gusto, senza guardarsi troppo intorno, senza prendere dei riferimenti  contemporanei a cui ispirarsi, solo perché hanno migliaia e migliaia di followers o solo perché quel tipo di foto viene pubblicata su Photo Vogue, che poi tanto emerge solo una scarsa personalità.

6)l tuo lavoro è fatto più d’istinto o di raziocinio, o meglio, c’è uno studio dietro o si tratta di un percorso naturale, spontaneo.

  • Istinto. Credimi, non c’è nessuno studio. Non c’è ricerca. C’è un momento, c’è un posto e ci sono degli stati d’animo. Il resto poi va visto in foto e non spiegato.

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