riflessioni

Alessandra

Ho letto la lettera del padre di Alessandra Iaia, una ragazza di Taranto, morta il 22 Aprile. Alessandra si è buttata nel vuoto, forse con la speranza di colmarne un altro, non sta a me dirlo, non sta a nessuno giudicare un gesto come il suo. Il nocciolo della questione è proprio questo: ci sentiamo giudici portatori sani di una morale, sbattiamo sul tavolo dell’etica frasi fatte come “i ricchi si ammazzano, ma a loro cosa manca, hanno soldi, hanno tutto”, “i suicidi sono un’offesa alla vita, offendono chi se ne sta in un letto d’ospedale a contare le ore che gli restano da vivere”, ne ho lette di frasi insulse e per me più incomprensibili di un gesto, agli occhi degli altri, folle. Non mettiamo mai in conto che la depressione è un male che nessuno di noi può comprendere se non ci è caduto, perchè la depressione non si cerca, lei arriva da te e ti risucchia, ti annulla la vista, ti rende daltonico davanti alla vita, si prende la tua tavolozza dei colori e sconvolge la tua tela e tu sei inerme. No, un suicida non offende la vita. No, i soldi non comprano la tua felicità. No, chi si uccide non è un codardo. Bisogna essere lucidi per capire che non hai scampo, che nessuno ti tenderà la mano mentre sei sul baratro e forse quella mano non riusciresti nemmeno a vederla. La lettera di quel padre parla di indifferenza. Allora io, assieme ad altri, dovrei alzarmi rea confessa, perchè siamo indifferenti davanti a tutto e tutti. Alessandra era una mia collega e sono stata ferma ad osservare il suo manifesto cercando di ricordare se ci avessi mai parlato, se le avessi sorriso complice durante un esame o se ero china sul libro o sul cellulare. Ci sentiamo giudici, Alessandra, portatori sani di una morale che non esiste, perchè siamo pieni di noi, colmi di stronzate e tu eri lì, quella sera su quel cornicione in cerca di una pace che hai trovato e nessuno può neanche osare proferire una parola negativa a riguardo.

Dedicata ad Alessandra e a suo papà Andrea

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