storie

lascia che piova

PARADISO

(Le prime gocce di pioggia non hanno un rumore assordante, eppure se riuscissi ad azzittire il tumulto che ti porti dietro e dentro, riusciresti a sentire quanto forte possa infrangersi una goccia d’acqua su una foglia di gelsomino)

Lascia che piova.

Io non amo la pioggia, non ti incupisce il cuore, non ti ottenebra la mente?

Hai il raccordo anulare nella testa?

Possibile. Però la pioggia non mi piace, piuttosto sporca.

Vieni.

Dove?

Fuori.

Prendo un ombrello.

Ma quale ombrello, siamo su un balcone, a cosa ti serve l’ombrello?

Non vorrei bagnarmi.

Ma devi.

(Era un essere curioso, se ne stava a piedi scalzi su quel balcone e guardava fuori. Lui restava sull’uscio, in piedi a fissarla, a vederla inzupparsi, sporcarsi di pioggia acida eppure sembrava più pulita di lui)

Ti stai bagnando, prendo l’accappatoio blu, così smetti di fare la bambina.

Vieni quì e baciami.

Non ho intenzione di bagnarmi, la tua bislaccheria rasenta la follia.

(I capelli le cadevano pesanti sulle spalle, madidi come i vestiti che le aderivano lungo la schiena e si aggrappavano ai suoi fianchi. Lei si voltò, gli occhi lucidi, non riusciva a trasparire alcuna emozione. Piangevano lei e il cielo quella sera e la città sembrava più intasata delle sue arterie)

Sei inconsuetamente bella.

(Erano in piedi, l’una davanti al petto dell’altro)

Guardami.

Ti stai bagnando.

Tu guardami e lascia che piova ora.

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