sessualità, storie

Onironautica del Piacere

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Zoltán Glass

Infilò la chiave nella toppa alle 20.45 ed entrando in casa, allungò la mano sinistra per accendere l’ abat-jour sullo scrittoio del corridoio. Una luce fioca le diede il bentornato e chiudendo la porta, disse desolatamente tra sé e sé, “Anche oggi è finita”. Percorse il corridoio fino al cucinino, riempì un pentola d’acqua e in un’altra mise un filo d’olio, dello scalogno e dei pomodorini datterini, accese i fornelli, regolò la fiamma e si diresse in camera da letto. La sua casa era piuttosto piccola, ma le bastavano quegli spazi raccolti, che si affacciavano sulla Rue Lepic, quella che per lei era “La strada di Van Gogh”. Quella casa con la carta da pareti degli anni ’70 e il mobilio ripescato nei mercatini di Parigi, sembrava si prendessero a pugni, elementi contrastanti, anche troppo, ma ogni componente di quell’appartamento era unico e forse era questo il motivo per cui lei se n’ era innamorata. Entrata nella camera da letto, tolse il cappotto e stiracchiandosi, si avvicinò a un vecchio giradischi, dalla cui tromba, uscì la voce di Edith Piaf. Si sedette ai piedi del letto, davanti allo specchio ovale e sorridendo disse al suo riflesso:

“Avresti dovuto assistere a grandi notti d’amore e invece sei costretto a vedere ogni giorno me, da sola. Una donna sola, senza un uomo, senza un animale che miagoli o abbaii per casa, sola con i suoi vecchi vinili, i suoi vecchi libri, i suoi vecchi mobili e la sua vecchia carta da parati. Son convinta che un giorno mi punirai e cadrai per terra, augurandomi sette anni di sfortuna, almeno movimentiamo questa routine. Bene, ora parlo anche con uno specchio”

Si spogliò davanti a quello specchio. Non era sgradevole il suo riflesso. Si avviciò alla tolette, afferrò un rossetto rosso, tornò davanti a quello specchio ovale, disegnò il contorno delle sue labbra e sciolse i lunghi capelli biondo cenere, che caddero sinuosamente sul seno. Aprì i cassetti del comò, prese un reggicalze e lo indossò. Ritornò davanti a quello specchio ovale. Si sedette ai piedi del letto e cominciò ad accarezzarsi le gambe, chiudendo gli occhi. Era come se nella sua mente e in quella superficie riflettente, alle sue spalle vi fosse un uomo mai incontrato e mai entrato in quella casa, ad accarezzarla, a rovinarle il trucco, a staccarle le giarrettelle. Le mani tra le gambe, la pelle d’oca, il seno che sembrava stesse per deflagrare in un orgasmo non programmato, per quella fantasia, in un piccolo appartamento lungo la strada di Van Gogh. Tra quei sospiri, in quel sogno vigile, non c’erano altro che le sue mani, che avevano il volto di uno sconosciuto, non c’era l’acqua che bolliva e che si era quasi consumata, i pomodorini ormai bruciati e il vinile di Edith Piaf che si era incantato, c’era solo un uomo, nel riflesso di quello specchio ovale, che le dava il piacere che aveva deciso di concedersi.

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