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La diatriba

Antoine-Dagata-senza-titolo

Antoine d’Agata

Lo scheletro di piume si fa strada tra le scapole, nell’istante in cui la punta della spada scalfisce la carne ancora viva, priva di promontori callosi, quella in cui il sangue pulsa, quella in cui le vene non sono inaridite come foglie d’autunno, atrofizzate come le aspirazioni di una vita travolta dal fallimento. Una mandria di cavalli investe gli ultimi cocci della mia anima bollata. Un borbardamento orgasmico mi accompagna come in una danza maledetta tra mistificazione e ascesi, tra cruenta realtà e onniscenza divina. Vorrei trovare le parole giuste, mia piccola creatura dagli occhi a mandorla, per descriverti questa mia brama di vita e di morte, quest’ossimoro perenne che mi corrode la mente, ma tu sei così candida, da spingermi verso il fondo ultimo di questo bicchiere, pur di allontanarti da me. Vorrei dirti che riesco ancora a intravedere le tue lentiggini, le rughe della tua fronte aggrottata, ma le pupille sono spilli, bagnate da iridi d’acqua marina, galleggianti tra coni e bastoncelli come iceberg. Lascia che l’inferno mi reclami, che uno di noi, cocciuti egoisti, perda questa battaglia infinita, allenta la presa, salva la tua anima da questo mio male, non sono pronto a trascinarti via con me.

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