storie

Cassetti

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© Roberto Recchioni

“Tu cambi le persone, come cambi le mutande. I cassetti della tua vita sono pieni di persone che prima provi a seppellire in fondo a quei cassetti e poi decidi di buttare via, per far spazio. Ma sei pieno di spazio, tu sei solo, sei sempre solo, saresti solo anche in mezzo a un’orgia di cazzi, culi, tette e fiche, in mezzo ai loro fluidi, tu saresti sempre solo. Ora dimmi, può la solitudine riempire la vacuità di cui ti circondi?” disse, piangendo  affranta, mentre lui era seduto ai piedi del letto, fissando le lacrime di lei che le carezzavano le gote, il collo e il seno. La guardò, mentre annaspava nella stanza, aggrappando le parole a qualcosa, qualsiasi cosa che non fosse lui. “Tu”, riprese, “Tu non capisci, io sono stanca. Arrivo quì, mi spoglio e lascio che tu passi con ogni minima cellula sul mio corpo. Non c’è sofferenza più dolce nell’amare qualcuno, per cui sarai sempre e solo un paio di mutande, che prima o poi spedirà nel buco nero di un cassetto”. “Non c’è sofferenza più dolce nel vederti così”, avrebbe desiderato manifestarle il suo sadismo, quel piacere che lo colse nell’osservarla in tutte le sue fragilità.

“Và via!”

“Sei a casa mia.”

Lo afferrò per un braccio e lui si abbandonò a quell’ innato vigore, lasciò che lo cacciasse, afferrò le chiavi di casa e uscì, ritrovandosi sul pianerottolo, fuori dalla sua stessa casa. Si sedette sulle scale e aspettò. Trascorse un’ora sul marmo ormai caldo, si alzò e aprì la porta. C’era silenzio in casa. Lasciò le chiavi sulla mensola e tornò in camera. Lei era sdraiata, rannicchiata come una bambina, vestita di soli brividi. Improvvisamente quella stanza gli sembrò piena, come se qualcuno l’avesse riempita con le scatole di un trascloco emotivo da lui semplicemente subito. Si sentì mancare l’aria. Si avvicinò al letto e una volta sdraiatosi, riprese a respirare.

“Quando sei lontana, la solitudine mi soffoca e io sono abituato, poi però arrivi tu e i cassetti della mia vita cominciano a scoppiare e io non amo il disordine, ma amo te e non so come collocare quello che provo. Sono un feticista delle mutande che non ha mai avuto il feticcio dell’amore.” Si voltò e la schiena di lei gli parve l’unica coperta in grado di scaldarlo. “Io scelgo te”, aggiunse e la strinse fra le braccia.

 

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