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© Manuele Altieri
Sono giorni un po’ strani questi.
Mi ritrovo a condividere la casa con mia nonna, io, che ho difficoltà a condividere persino quattro mura, quelle della mia camera da letto. Più che altro io e lei in questi giorni condividiamo silenzi e sigarette, in quel lasso di tempo che va dal mio rientro a casa, al momento in cui entrambe ci infiliamo nel letto.
Io sono abitudinaria da un po’ di tempo a questa parte. 
Alle 20.30 sono quasi sempre sotto le coperte, leggo o, quando sono particolarmente stanca, accendo la televisione, solo per spegnerla dopo dieci minuti. Incrocio sempre le dita, prima di lanciarmi tra le braccia di Morfeo, forse perché ho perso il sonno e se c’è, non è mai sereno o forse perché lo stomaco a volte battaglia con quel poco che sono riuscita a ingerire.
(“Una. Due. Due e Due. Quattro. Non ricordavo neanche di avere il costato sporgente.”)
Il lato positivo di dormire da sola, è che nessuno chiede nulla, sei tu e i tuoi incubi, il tuo pigiama zuppo di sudore e forse qualche sigaretta, aspirata  nel buio pesto della cucina, tra il rumore del frigo e lo scricchiolio dei mobili. In questo io e lei siamo simili. La ricordo ancora, quando si svegliava nel cuore della notte per innaffiare le piante in vestaglia o per fumare, comodamente seduta nel salotto di casa sua, parlando da sola con le foto.
Lei è così, condivide i silenzi con i vivi e la loquela con chi non sa  più che farne.
Chissà cosa ci siamo dette davvero in quei silenzi.
Chissà quanti silenzi pieni di parole colmeranno ancora le nostre vite, nonna.
Chissà quanti fiumi in piena di parole non dette, dimenticate e poi ripescate, ci travolgeranno, quando gli argini del nostro cuore saranno troppo deboli per trattenerli.
Ed è tragico.
Ed è liberatorio.
Ed è allora che mi ritorna in mente…
“Canta, bambina mia,
perché,
anche se fuori le luci sono spente,
anche se il buio appesta il tuo mondo,
quando canti,
la vedo,
la luce,
la tua,
quella che un tempo faceva le scarpe persino alla luna.”
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Sono giorni un po’ strani questi.

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